venerdì 3 settembre 2010

Figli di un Parco minore







Immaginate quattro fratelli. Uno di questi, l’ultimo arrivato per l’esattezza, ha le guance paffute, il sorriso smagliante e lunghi riccioli biondi; porta sempre abiti nuovi e profumati, scarpe lucide e di tanto in tanto qualche prezioso monile per abbellire la sua già brillante immagine. E’ il cocco di casa, le attenzioni dei genitori sono tutte per lui, e amici e parenti di famiglia gli portano spesso nuovi doni. Gli altri tre fratelli maggiori, invece, sono cresciuti a pane ed acqua, gli stenti hanno provocato cicatrici indelebili sui loro corpi scheletrici e nei loro occhi incavati. Privi di ogni indumento, con indosso solo qualche straccio vecchio, chiedono caritatevolmente l’affetto dei loro genitori, troppo impegnati nel coccolare il loro ultimogenito per prestare loro attenzione. Ora, immaginate per un attimo che questi quattro fratelli non siano persone, bensì parchi e giardini pubblici, più precisamente che questi siano il Parco della Biodivesità Mediterranea, il Parco Periurbano “Li Comuni” , Villa Pangea e la piccola Villa “G. Pepe”, tutti a Catanzaro. Quale tra queste, secondo voi, potrebbe essere il figlio prediletto nella storia di prima? La risposta è più che mai scontata. Eppure i fondi a disposizione di mamma Provincia e papà Comune di Catanzaro sono stati sempre quelli, di anno in anno, centesimo più centesimo meno. Ad ogni modo, mentre il Parco della Biodiversità è diventato in breve tempo uno dei fiori all’occhiello della città, (e ne siamo contenti), gli altri parchi piangono solo miseria e distruzione. Quella messo peggio è sicuramente Villa Pangea, in cui il puzzo di piscio si sente da metri e metri di distanza, e quando preso dal coraggio, provi a entrarci, ti accorgi che era meglio odorare quel profumino piuttosto che osservare quello squallore. Ricordo, qualche anno fa, le battaglie dei movimenti per difendere l’amata villa dalle grinfie dell’amministrazione comunale che voleva farne un’area commerciale o un parcheggio. Battaglia giusta, sacrosanta! Ma ora che il Parco invoca aiuto per il suo abbandono nessuno è pronto ad ascoltarlo. Nel luglio 2009 l’assessore all’Urbanistica di Catanzaro, Domenico Iaconantonio annunciava con entusiasmo i lavori di bonifica del suddetto parco che prevedevano addirittura un piccolo teatro e la famosa “Piazza della Pace”. Ad oggi, nessun cantiere è presente e le condizioni di Villa Pangea potete vederle dalle immagini. Per gli odori dovreste scomodarvi per andare a visitarla. Ancora più rabbia provoca la vista del Parco “Li Comuni”. Un meraviglioso polmone naturale della città abbandonato a se stesso, utilizzato come meta del sesso notturno, i cui resti, tra preservativi, fazzoletti usati e lubrificanti, sono posti ben in vista dagli accalorati avventori. Si sfiora davvero il paradosso leggendo il cartello indicante il Sentiero “Vita”…a rischio aggiungerei, dato il percorso pieno di rifiuti e il terreno scosceso e quasi spaccato in due. Infine abbiamo la piccola “Villa Pepe”, completamente desolata, con qualche vecchio e fatiscente gioco per bambini ancora in funzione, altri sono stati divelti ed abbandonati tra i cespugli, i cestini dell’immondizia sempre pieni, riempiti non si sa da chi o forse mai svuotati, e resti di alberi e piante nascosti nell’erba alta. I figli, si sa, so’ piezz’e core, ma in questo caso il detto vale solo per uno; per gli altri è meglio parlare di figli come piezz’e m.

martedì 31 agosto 2010

L’amico del Trota cazzeggia sulle acque di Squillace a spese dei Calabresi

Sembra una maledizione. Ogni volta che la Calabria decide di sponsorizzare i suoi posti incantati accade un qualcosa che produce il più classico degli effetti boomerang. A fare da apripista a queste magre figure è stato l’allora governatore Agazio Loiero, che in un’accorata lettera pubblicata sui quotidiani, chiedeva scusa ai calabresi e ai turisti per le non proprio limpide acque dei mari regionali. Da allora le acque son rimaste sempre sporche, ma in compenso abbiamo potuto godere del meraviglioso spot del Ringhio Nazionale Gattuso in cui annunciava all’Italia che i “Calabresi ci mettono il cuore”. Peccato, però, che qualche tempo dopo, proprio dal luogo in cui il nostro Gattuso si batteva orgogliosamente il petto, giungono notizie di circa quaranta(il numero è approssimativo) intossicazioni alimentari a danno dei malcapitati turisti che avevano pensato di rifocillarsi in un locale di zona. Be’ in questo caso lo spot parlava chiaro: “Noi ci mettiamo il cuore” non lo stomaco! E come dimenticare quella geniale trovata di Oliviero Toscani che, sempre per sponsorizzare la Regione Calabria, parlava a proposito dei calabresi di ultimi della classe, incivili, inaffidabili, malavitosi. Una trovata provocatoria o un lapsus freudiano da parte del fotografo milanese? E arriviamo ora all’argomento del giorno, al terzo spot, perché di spot si parla per quella che viene spacciata come trasmissione televisiva, La giostra sul 2, da parte del suo conduttore Valerio Merola, andata in onda sulla seconda rete Rai dalle spiagge di Squillace. Si, si avete capito bene proprio da quel Valerio Merola, detto Merolone, per via delle dimensioni del suo apparato genitale, annunciate dal suo avvocato in un’arringa difensiva per dimostrare l’impossibilità da parte del suo assistito di aver avuto rapporti sessuali con le starlette, che a loro volta lo accusavano di averle abusate in cambio di qualche apparizione televisiva. E saranno state forse le suddette dimensioni a far sbocciare l’amicizia tra il Merolone e la Trota, con quest’ultimo evidentemente così affascinato da vederne una figura paterna..Non un padre, precisa il Merolone,ma un fratello maggiore di quel Renzo Bossi, figlio di Umberto, leader della Lega. Guarda caso proprio la Lega è l’attuale “gestore” di Rai Due che è passata, già da un po’ a dire il vero, dal rosso garofano al verde padano. E su quale rete ritorna il bel Merolone, dopo quasi dieci anni di anonimato? Ma il bello deve ancora venire. E già perché in Rai tengono a precisare che la trasmissione è a costo zero per le esangui casse dell’azienda di Viale Mazzini. E chi paga allora questo “contenitore di cazzeggio estivo”? La Regione Calabria, chi altri. Trecentocinquantamila euro stanziati dal governatore Scopelliti per pagare, oltre al Merolone, le performance di star della televisione del calibro della Gegia, di Veridiana (?), del Polpo Miranda, Rosanna Cancellieri. Chissà quanti turisti, sicuramente incollati al televisore alle 11.30 di Agosto, rinunciando anche ad andare al mare, avranno ammirato stupefatti le coste calabresi e, decidendo in fretta e furia, avranno prenotato la loro vacanza nei posti visti in tv. Magari quegli stessi turisti che, avendo scelto le spiagge di Soverato, qualche chilometro più in là rispetto alla location del “cazzeggio”, si sono ritrovati nel bel mezzo di una faida di ‘ndrangheta ,osservando non i tentacoli del polpo Miranda, ma le radici della Malapianta uccidere un uomo con quattro colpi di arma da fuoco. Tra poco il baraccone della Giostra sul 2 smonterà le tende, il Merolone potrà ritornare dal Trota soddisfatto raccontandogli di essersi divertito a spese dei terroni calabresi. Poi entrambi, tornato l’inverno, potranno ricominciare a parlare d’insegnanti padani, di tradizioni celtiche e del Dio Po e perché no, continuando ad affermare che la mafia a Milano non esiste. Intanto l’estate se n’è andata, le ferie, almeno quelle del Merolone, sono salve! E quelle dei calabresi chi le paga?

domenica 1 agosto 2010

Non e' un paese per vecchi...e nemmeno per disabili




10 centimetri scarsi. Tanto misurano in altezza i marciapiedi del corso "Umberto I" di Soverato. Un piccolo balzo, un leggero allungo della gamba ed ecco che anche un bambino e’ pronto per vivere la sua tranquilla passeggiata lungo la via commerciale della “Perla dello Jonio”. Purtroppo, pero’, nella vita tutto e’ relativo, e quegli stessi dieci centimetri che cosi agevolmente vengono superati dalla maggior parte dei passanti, diventano per altri una vera e propria barriera insormontabile. Gli “altri”, in questo caso, sono tutti coloro i quali non hanno la fortuna di poter camminare con le proprie gambe, costretti su di una sedia a rotelle, o forzati dall’uso delle stampelle. Queste persone, grazie ai futuristici marciapiedi, dipendono ancora di piu’ dagli umori dei loro accompagnatori, i quali con tutta la buona volonta’ si trovano costretti a sobbarcarsi il peso del loro amato “trasportato” ogni dieci-quindici metri di strada, rendendo praticamente un inferno quella che, in realta’, avrebbe dovuto essere una tranquilla giornata di shopping. Eppure esistono delle norme in merito che vincolano i comuni all’abbattimento progressivo delle cosiddette barriere architettoniche. E forse qualche stralcio di queste norme e’ persino giunto fino ai palazzi comunali, dato che il lungomare percorso ogni notte dalla ” movida” soveratese e’ provvisto, giustamente, degli scivoli che tanto agevole rendono il passaggio a chi ha difficolta’ nella deambulazione. Quegli stessi scivoli che, a volte, troviamo addirittura presenti sul corso all’ingresso dei suoi marciapiedi, ma non all’uscita. Solo ad alcuni, sia chiaro. Potrebbe essere una nuova strategia di marketing che per invogliare i turisti allo shopping li blocca materialmente davanti alle vetrine dei negozi, in attesa di qualcuno che alla sera li riaccompagni a casa. In realta’ questa mancanza di sensibilita’ e’ l’ennesima presa in giro per i tanti portatori di handicap, per gli anziani e per tutti quelli che hanno la disgrazia di non poter camminare da soli, irrisi non solo da automobilisti ignobili che invadono i loro posti auto riservati, ma anche da un Comune che forse e’ troppo impegnato a discutere di parcheggi a pagamenti o meno. Cronaca di un anacronismo, cosi recitava una scena di un film del prestigioso “Magna Graecia Festival” di Soverato , e forse di quella Magna Graecia che fu abbiamo ereditato l’aspetto piu’ spregevole: il disprezzo per i disabili. Ma qui non c’e’ nessuno che batte il ciak finale, a convincerci che, in fondo, quello che abbiamo visto e’ il solito film ambientato nel passato. Purtroppo per noi e’ la dura realta’.

martedì 27 luglio 2010

Inutilità di inutilità





L’ennesima cattedrale nel deserto. Si potrebbe definire così il gigantesco edificio costruito sul piccolo pendio del quartiere Sant’Antonio di Catanzaro. Purtroppo, però, quel deserto sopra menzionato tanto isolato non è, visto che la struttura si trova nei pressi di uno degli snodi principali d accesso e di uscita per e dalla città, e chiunque si trovi a passare da lì non può non accorgersi di quelle tonnellate di cemento accatastato, corredato di finestre e cortile. Ero quasi un ragazzino, circa 15 anni fa, quando iniziarono i lavori per l’edificazione dello stabile. Sarà un centro commerciale? Una nuova scuola? O cos’altro? Queste erano le domande che ci ponevamo con una certa curiosità nell’osservare l’opera che a man a mano prendeva sempre più forma. Ma ecco spuntare la risposta (non) ufficiale alle nostre attese: sarà un opificio. Intanto il tempo passa, la struttura vede il suo completamento, ma non la sua messa in funzione. Nel frattempo, tre giunte comunali si alternano sugli scranni di Palazzo De Nobili, e corre voce di una richiesta, poi approvata, di cambio di destinazione d’uso dell’edificio. Questa volta si parlava di un centro direzionale da fornire in locazione ad un importante ente pubblico, che tuttavia nicchiava l’offerta, anche a causa del solito tourbillon di manager pubblici che in rapida successione approvavano o ponevano diniego all’utilizzo della struttura. Ora, l’immobile (nel senso più stretto del termine) appartiene ancora al suo vecchio proprietario, mostrando già i suoi segni di cedimento dovuti non certo all’usura, bensì all’ineffabile trascorrere del tempo. La ruggine si è impossessata dei suoi balconi e dei suoi scorrimano, ogni tanto si scorge qualche crepa sui muri, e le vetrate rigorosamente a specchio riflettono tutta la sua vacuità. Solo qualche metro più in là, probabilmente a far da contraltare alla struttura, ecco scorgere una larga distesa, anch’essa preda dell’inutilità, a sfregiare ancora una volta l’immagine della città. Era , o meglio, è ancora l’area dell’ex mattonificio che, nonostante da quasi trent’anni non sia più in funzione, ha deciso di mantenere la sua vocazione, conservando il suo nobile prodotto finito ( i mattoni) all’aria aperta. Un disgustoso cumulo di macerie, di vecchi edifici crollati, di lamiere arrugginite alla mercé di un quartiere che assiste attonito davanti a cotale scempio. Una cosa in comune, oltre all’evidente inutilità, le due strutture, così diverse tra loro, ce l’hanno. Sono entrambe di appartenenza dei legittimi proprietari, aspiranti imprenditori o capitalisti dai larghi possedimenti che, lungi dall’intraprendere nuovi progetti e rischiosi investimenti, preferiscono attendere (anche in eterno) l’aiuto da parte dell’ente pubblico di turno. Un piccolo stralcio di quel manifesto non scritto dell’imprenditoria locale, avallato da una classe politica che più che dirigere sembra subire i dettami del capitalismo(si fa per dire) calabrese, sempre in attesa di quella gallina dalle uova d’oro rappresentata dallo Stato e dai suoi enti territoriali. Tuttavia, la gallina ha smesso da tempo di covare, e l’unico uovo rimasto è quello sodo del famoso film di Paolo Virzì, che una volta ingurgitato non va né in su né in giù, in attesa ,magari, di un colpo al petto da parte della società che lo faccia digerire.

venerdì 23 luglio 2010

Le associazioni …”ad attingere”…ovvero fondi, fondi, tanti fondi, beati siano i fondi ( pubblici)



Premessa: il fenomeno dell’associazionismo non è solo un diritto riconosciuto dalla nostra Costituzione, ma, quando disinteressato, spontaneo e volto all’interesse collettivo, costituisce uno dei collanti della nostra società. Tuttavia, come sempre accade in questi casi, non è tutto oro quel che luccica. Infatti, accanto a sodalizi che fanno della solidarietà e della crescita sociale la loro bandiera, si affiancano altri organismi della medesima forma sociale che hanno come unico e non dichiarato intento quello di ricevere finanziamenti pubblici. Unione Europea, Stato centrale, governo regionale fino agli enti provinciali e comunali, tutto fa brodo per le modernissime associazioni ad “attingere” che non disdegnano nemmeno fondi provenienti da qualche altro ente pubblico-privato come la camera di commercio, confindustria,le organizzazioni sindacali e cosi via…finanziando. Un fenomeno, dunque, in continua crescita ed espansione, che non conosce crisi per trasformarsi in vero e proprio surrogato ad un impiego che invece continua sempre più spesso a mancare. Ovvio che con queste premesse, le associazioni “ad attingere” vedono la loro vocazione territoriale proprio al Sud, conseguentemente in Calabria, in particolare nelle città a vocazione burocratica. E qual è la città che vive maggiormente di pratiche, scartoffie, uffici pubblici e compagnia bella se non il Capoluogo di regione? Ricordo, durante l’ennesima conferenza stampa che annunciava il mirabolante evento dell’Associazione X, avvertii un “piccolo” Assessore della città dei tre colli sulla situazione disastrosa che si era venuta a creare, con l’esistenza di una miriade di sodalizi che non avevano nemmeno la sede sociale, se non quella della propria residenza, fingendo di esistere solo per rubare qualche spicciolo all’ente di turno. La risposta dell’Assessore fu raggelante:<< Non deve meravigliarsi… in una terra di disoccupazione come la nostra è del tutto normale che ciò avvenga. Sa quanti vengono nel mio assessorato per chiedermi cosa fare, o meglio in quale forma associativa sidovrebbero costituire per beccare qualche finanziamento?>>. Lupus in fabula. Restai sgomento e non ebbi nemmeno la forza di controbattere tanto erano distanti le nostre vedute. E allora eccomi qui, a rivolgermi ai miei fedeli tre lettori che, presi da uno spirito di magnanimità, sopporteranno anche questo mio post e magari continueranno a leggerlo fino in fondo, sino alla mia speciale classifica. Al primo posto delle associazioni “ad attingere” troviamo quelle che fanno capo ai politici, in carica o trombati. La differenza non è di poco conto, poiché i primi trovano così il modo di soddisfare gli appetiti di quei elettori che avevano premurosamente lavorato per lui in campagna elettorale; mentre i secondi sono come un salvagente per restare a galla, per non affondare negli abissi dell'oblio e sperare in qualche nomina futura, magari in una municipalizzata o addirittura dopo, qualche crisi o rimpasto di giunte comunali, rientrare direttamente nella “stanza dei bottoni”. Mi sovviene subito un esempio attualissimo, ma per non offendere la vostra intelligenza è meglio non farvi il nome. Al secondo posto troviamo le associazioni culturali e umanitarie. Qui il discorso si articola un po’, giacché quelle culturali sono generalmente ombre di partiti (sì, ancora loro) che, data la loro vergogna a presentarsi alla luce del sole per quelli che sono, si spacciano per intellettualoidi di basso borgo. Le umanitarie, invece, sono spesso espressione di soddisfazione del proprio ego, nel più totale disinteresse della persona aiutata. Ho visto distribuire uova pasquali a bambini malati all’ospedale cittadino, guardando direttamente l’obiettivo della tele-fotocamera che l’inquadrava, piuttosto che preoccuparsi della reazione o del sorriso del pargolo. Non meno importante è il fatto che l’associazione umanitaria intenerisce i cuori e dunque può essere una buona carta da giocare per una futura candidatura.Qui l'esempio è meno attuale, ma non meno reale. Al terzo e ultimo posto troviamo le associazioni sportive, ludiche e musicali. Queste agiscono nel medesimo “modus operandi”, ossia stilando programmi di avveniristici eventi, tornei, o brillanti squadre di giocatori(mai)pagati in nero, gonfiando le fatture con la complicità dei vari esercizi commerciali, service e altri servizi ricevuti, e intascando la differenza tra i fondi stanziati e le spese effettivamente sostenute. Il tutto in una città in cui vige la ferrea regola del "chi fa da se fa per tre", dove gli imprenditori locali, pur di non entrare in società con altri loro simili o fondare delle cooperative, preferirebbero fallire o dismettere la propria impresa. Ma quelli son tutti soldi privati, quando invece c’è il denaro pubblico allora meglio unire le forze e gridare al mondo: viva le associazioni!. E, tu, disoccupato che non sei altro, cosa aspetti? Quale associazione fa al caso tuo?

venerdì 16 luglio 2010

Quei lavori mai avviati al Parco Genziana



Era un’uggiosa giornata di Settembre dello scorso anno, quando il sindaco di Catanzaro in persona, Rosario Olivo, consegnava simbolicamente i lavori per la copertura del campo di bocce del Parco Genziana, nel popoloso quartiere di Mater Domini. Tante furono, allora, le dichiarazioni di viva soddisfazione da parte degli altri partecipanti al bagnato cerimoniale, dall’assessore ai lavori pubblici Antonio Tassoni, ai consiglieri Bernarndo Cirillo e Sergio Bruni, tutti uniti dalla condivisione di un progetto che sarebbe stato solo il primo passo verso la riqualificazione del noto Parco. Purtroppo, però, ad oggi di quest’opera non si vede manco l’ombra, quella stessa che avrebbe dovuto riparare gli anziani o gli sportivi intenti a lanciare le loro bocce o magari coprirli dalla pioggia durante le giornate invernali, grazie a quel famoso reticolato previsto dal progetto in cantiere. I lavori per la struttura, stando alle parole della responsabile Carolina Ritrovato, sarebbero dovuti durare circa sessanta giorni, grazie anche ad uno stanziamento di fondi comunali di sessantamila euro con i quali la ditta appaltatrice D.S.E avrebbe agevolmente portato a compimento l’opera. A distanza di circa un anno, le “bocce” sono più che mai ferme, e di tutto il progetto è rimasto solo un transennamento dell’area con una limitazione del passaggio ai soli addetti ai lavori. Peccato che di lavori e lavoratori non se ne vedano, e il campo da bocce è ancora nello stato in cui si trovava un anno prima. A questo punto la domanda sorge spontanea. I fondi comunali sono stati effettivamente stanziati? E se si, quali intoppi burocratici o quali responsabilità della ditta appaltatrice hanno impedito la realizzazione dell’opera? Forse il momento, visti le recenti vicissitudini in seno alla giunta comunale, non è dei più opportuni per discuterne e forse la Catanzaro pallonara è troppo impegnata nel seguire le alterne vicende della loro amata squadra di calcio per occuparsi di un “banale” campo di bocce. Ma credo che una risposta vada data, in particolare, a quei tanti anziani del quartiere di Mater Domini, anch’essi presenti nonostante l’intemperie alla consegna dei lavori, che si sfregavano le mani nell’immaginarsi il loro campo di bocce al coperto, grazie al quale avrebbero potuto occupare diversamente le loro lunghe e, a volte, solitarie giornate invernali.

sabato 8 maggio 2010

Immunità parlamentare? No, grazie...preferisco il "Recall"

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Immunità parlamentare…nuntereggae più. Così parlava dell’antipatico privilegio dei parlamentari un famoso brano dell’indimenticabile cantautore Rino Gaetano, nel lontano 1978. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, e quell’antica autorizzazione a procedere nei confronti di deputati e senatori che impediva di diritto lo svolgersi dei procedimenti a loro carico sembrava vedere la sua fine nel ’93. In realtà, negli anni successivi il Parlamento ha creato un escamotage che, di fatto, permette ai giudici di iniziare il processo, ma in sostanza priva loro la possibilità di continuarlo e portarlo a sentenza. Quelle che vengono definite autorizzazioni ad acta prevedono infatti l’autorizzazione da parte della camera di appartenenza per procedere nei confronti di un membro del parlamento per sottoporlo a qualsivoglia misura restirittiva o di indagine. Un esempio ci sarà di aiuto: vuoi intercettare un deputato perché vi sono gravi indizi di reato a suo carico? Devi chiedere l’autorizzazione alla Camera. Così, se quest’ultima dovesse concederla ( ma non lo fa quasi mai) il parlamentare indagato saprà con data certa da quando inizieranno e quando avranno fine le intercettazioni sulle sue conversazioni. Altrettanto è previsto per effettuare una perquisizione personale e domiciliare nei confronti del parlamentare indagato. Il modo di operare è sempre quello: richiesta di autorizzazione al Parlamento e in caso di approvazione, dopo qualche mese di preavviso, si potrà procedere alle perquisizioni del parlamentare ,il quale, nel frattempo avrà provveduto con tutta calma a nascondere o portare altrove eventuali prove di reato a suo carico. Si capisce bene come le speranze di poter continuare un processo nei confronti di un parlamentare siano ridotte al lumicino, ma nonostante ciò la magistratura è riuscita nel corso di questi anni ha beccare col sorcio in bocca alcuni di questi “onorevoli”. E’ proprio per questo che oggi si discute di un ritorno alla vecchia immunità e alla paralizzazione delle intercettazioni. La motivazione è presto detta: Pm politicizzati, che con il loro partigiano intervento minano la democrazia, attaccando gli eletti e sovvertendo la volontà popolare che si è espressa in merito. Ora, anche se questa dichiarazione è del tutto opinabile, voglio farla comunque mia, in particolare quella che richiama alla sovranità popolare. E proprio perché fortemente convinto di questo concetto, volevo lanciare una proposta in merito: il recall. Questo sconosciuto istituto giuridico prevede la possibilità di sottoporre il parlamentare ad una sorta di quesito referendario a seguito del quale, in caso di risposta affermativa, il mandato dapprima concesso dagli elettori viene revocato dagli stessi. Una sorta di diritto al ripensamento o di recesso che viene concesso quando acquistiamo un televisore, un dvd o altro. Le accuse che si potrebbero rivolgere ad un tale strumento sarebbero quelle di un banale populismo, fine a se stesso. Peccato, però, che il Recall sia da decenni in vigore in Stati presi come esempio di democrazia: quell’America che tutti citano quando c’è da liberalizzare i mercati, per poi dimenticarsene quando c’è da seguirla nell’affermazione delle libertà.. Nello Stato della California, ad esempio, l’attuale governatore Arnold Schwarzenegger è stato eletto proprio grazie al “recall” che rimuoveva dall’incarico il precedente presidente Gray Davis. In Italia, l’introduzione del recall fugherebbe tutti quei dubbi sulla politicizzazione della magistratura o sulla rappresentatività dell’onorevole: sarebbe il popolo, infatti, a decidere sulle sorti di chi aveva precedentemente eletto, non esprimendosi sulla sua innocenza o colpevolezza, per la quale solo i giudici possono esprimersi in merito, bensì sulla necessità di continuare a rappresentarli. Provate a pensare a tutte quelle “leggine” introdotte trasversalmente da tutti i gruppi parlamentari (ad esempio l’aumento delle indennità ), che mai figuravano nei loro programmi di governo. Siamo sicuri che l’occasionale promotore di queste leggi sia disponibile ad assumersi questa responsabilità davanti alla possibilità di essere revocato dal suo mandato parlamentare? Infine quando si parla di reintroduzione del nucleare, di legittimo impedimento, di processo breve o altre argomenti simili, siamo proprio sicuri che il popolo le voglia veramente? Il recall potrebbe dare concretamente una sua risposta definitiva.