L’ennesima cattedrale nel deserto. Si potrebbe definire così il gigantesco edificio costruito sul piccolo pendio del quartiere Sant’Antonio di Catanzaro. Purtroppo, però, quel deserto sopra menzionato tanto isolato non è, visto che la struttura si trova nei pressi di uno degli snodi principali d accesso e di uscita per e dalla città, e chiunque si trovi a passare da lì non può non accorgersi di quelle tonnellate di cemento accatastato, corredato di finestre e cortile. Ero quasi un ragazzino, circa 15 anni fa, quando iniziarono i lavori per l’edificazione dello stabile. Sarà un centro commerciale? Una nuova scuola? O cos’altro? Queste erano le domande che ci ponevamo con una certa curiosità nell’osservare l’opera che a man a mano prendeva sempre più forma. Ma ecco spuntare la risposta (non) ufficiale alle nostre attese: sarà un opificio. Intanto il tempo passa, la struttura vede il suo completamento, ma non la sua messa in funzione. Nel frattempo, tre giunte comunali si alternano sugli scranni di Palazzo De Nobili, e corre voce di una richiesta, poi approvata, di cambio di destinazione d’uso dell’edificio. Questa volta si parlava di un centro direzionale da fornire in locazione ad un importante ente pubblico, che tuttavia nicchiava l’offerta, anche a causa del solito tourbillon di manager pubblici che in rapida successione approvavano o ponevano diniego all’utilizzo della struttura. Ora, l’immobile (nel senso più stretto del termine) appartiene ancora al suo vecchio proprietario, mostrando già i suoi segni di cedimento dovuti non certo all’usura, bensì all’ineffabile trascorrere del tempo. La ruggine si è impossessata dei suoi balconi e dei suoi scorrimano, ogni tanto si scorge qualche crepa sui muri, e le vetrate rigorosamente a specchio riflettono tutta la sua vacuità. Solo qualche metro più in là, probabilmente a far da contraltare alla struttura, ecco scorgere una larga distesa, anch’essa preda dell’inutilità, a sfregiare ancora una volta l’immagine della città. Era , o meglio, è ancora l’area dell’ex mattonificio che, nonostante da quasi trent’anni non sia più in funzione, ha deciso di mantenere la sua vocazione, conservando il suo nobile prodotto finito ( i mattoni) all’aria aperta. Un disgustoso cumulo di macerie, di vecchi edifici crollati, di lamiere arrugginite alla mercé di un quartiere che assiste attonito davanti a cotale scempio. Una cosa in comune, oltre all’evidente inutilità, le due strutture, così diverse tra loro, ce l’hanno. Sono entrambe di appartenenza dei legittimi proprietari, aspiranti imprenditori o capitalisti dai larghi possedimenti che, lungi dall’intraprendere nuovi progetti e rischiosi investimenti, preferiscono attendere (anche in eterno) l’aiuto da parte dell’ente pubblico di turno. Un piccolo stralcio di quel manifesto non scritto dell’imprenditoria locale, avallato da una classe politica che più che dirigere sembra subire i dettami del capitalismo(si fa per dire) calabrese, sempre in attesa di quella gallina dalle uova d’oro rappresentata dallo Stato e dai suoi enti territoriali. Tuttavia, la gallina ha smesso da tempo di covare, e l’unico uovo rimasto è quello sodo del famoso film di Paolo Virzì, che una volta ingurgitato non va né in su né in giù, in attesa ,magari, di un colpo al petto da parte della società che lo faccia digerire.
martedì 27 luglio 2010
Inutilità di inutilità
L’ennesima cattedrale nel deserto. Si potrebbe definire così il gigantesco edificio costruito sul piccolo pendio del quartiere Sant’Antonio di Catanzaro. Purtroppo, però, quel deserto sopra menzionato tanto isolato non è, visto che la struttura si trova nei pressi di uno degli snodi principali d accesso e di uscita per e dalla città, e chiunque si trovi a passare da lì non può non accorgersi di quelle tonnellate di cemento accatastato, corredato di finestre e cortile. Ero quasi un ragazzino, circa 15 anni fa, quando iniziarono i lavori per l’edificazione dello stabile. Sarà un centro commerciale? Una nuova scuola? O cos’altro? Queste erano le domande che ci ponevamo con una certa curiosità nell’osservare l’opera che a man a mano prendeva sempre più forma. Ma ecco spuntare la risposta (non) ufficiale alle nostre attese: sarà un opificio. Intanto il tempo passa, la struttura vede il suo completamento, ma non la sua messa in funzione. Nel frattempo, tre giunte comunali si alternano sugli scranni di Palazzo De Nobili, e corre voce di una richiesta, poi approvata, di cambio di destinazione d’uso dell’edificio. Questa volta si parlava di un centro direzionale da fornire in locazione ad un importante ente pubblico, che tuttavia nicchiava l’offerta, anche a causa del solito tourbillon di manager pubblici che in rapida successione approvavano o ponevano diniego all’utilizzo della struttura. Ora, l’immobile (nel senso più stretto del termine) appartiene ancora al suo vecchio proprietario, mostrando già i suoi segni di cedimento dovuti non certo all’usura, bensì all’ineffabile trascorrere del tempo. La ruggine si è impossessata dei suoi balconi e dei suoi scorrimano, ogni tanto si scorge qualche crepa sui muri, e le vetrate rigorosamente a specchio riflettono tutta la sua vacuità. Solo qualche metro più in là, probabilmente a far da contraltare alla struttura, ecco scorgere una larga distesa, anch’essa preda dell’inutilità, a sfregiare ancora una volta l’immagine della città. Era , o meglio, è ancora l’area dell’ex mattonificio che, nonostante da quasi trent’anni non sia più in funzione, ha deciso di mantenere la sua vocazione, conservando il suo nobile prodotto finito ( i mattoni) all’aria aperta. Un disgustoso cumulo di macerie, di vecchi edifici crollati, di lamiere arrugginite alla mercé di un quartiere che assiste attonito davanti a cotale scempio. Una cosa in comune, oltre all’evidente inutilità, le due strutture, così diverse tra loro, ce l’hanno. Sono entrambe di appartenenza dei legittimi proprietari, aspiranti imprenditori o capitalisti dai larghi possedimenti che, lungi dall’intraprendere nuovi progetti e rischiosi investimenti, preferiscono attendere (anche in eterno) l’aiuto da parte dell’ente pubblico di turno. Un piccolo stralcio di quel manifesto non scritto dell’imprenditoria locale, avallato da una classe politica che più che dirigere sembra subire i dettami del capitalismo(si fa per dire) calabrese, sempre in attesa di quella gallina dalle uova d’oro rappresentata dallo Stato e dai suoi enti territoriali. Tuttavia, la gallina ha smesso da tempo di covare, e l’unico uovo rimasto è quello sodo del famoso film di Paolo Virzì, che una volta ingurgitato non va né in su né in giù, in attesa ,magari, di un colpo al petto da parte della società che lo faccia digerire.
venerdì 23 luglio 2010
Le associazioni …”ad attingere”…ovvero fondi, fondi, tanti fondi, beati siano i fondi ( pubblici)
Premessa: il fenomeno dell’associazionismo non è solo un diritto riconosciuto dalla nostra Costituzione, ma, quando disinteressato, spontaneo e volto all’interesse collettivo, costituisce uno dei collanti della nostra società. Tuttavia, come sempre accade in questi casi, non è tutto oro quel che luccica. Infatti, accanto a sodalizi che fanno della solidarietà e della crescita sociale la loro bandiera, si affiancano altri organismi della medesima forma sociale che hanno come unico e non dichiarato intento quello di ricevere finanziamenti pubblici. Unione Europea, Stato centrale, governo regionale fino agli enti provinciali e comunali, tutto fa brodo per le modernissime associazioni ad “attingere” che non disdegnano nemmeno fondi provenienti da qualche altro ente pubblico-privato come la camera di commercio, confindustria,le organizzazioni sindacali e cosi via…finanziando. Un fenomeno, dunque, in continua crescita ed espansione, che non conosce crisi per trasformarsi in vero e proprio surrogato ad un impiego che invece continua sempre più spesso a mancare. Ovvio che con queste premesse, le associazioni “ad attingere” vedono la loro vocazione territoriale proprio al Sud, conseguentemente in Calabria, in particolare nelle città a vocazione burocratica. E qual è la città che vive maggiormente di pratiche, scartoffie, uffici pubblici e compagnia bella se non il Capoluogo di regione? Ricordo, durante l’ennesima conferenza stampa che annunciava il mirabolante evento dell’Associazione X, avvertii un “piccolo” Assessore della città dei tre colli sulla situazione disastrosa che si era venuta a creare, con l’esistenza di una miriade di sodalizi che non avevano nemmeno la sede sociale, se non quella della propria residenza, fingendo di esistere solo per rubare qualche spicciolo all’ente di turno. La risposta dell’Assessore fu raggelante:<< Non deve meravigliarsi… in una terra di disoccupazione come la nostra è del tutto normale che ciò avvenga. Sa quanti vengono nel mio assessorato per chiedermi cosa fare, o meglio in quale forma associativa sidovrebbero costituire per beccare qualche finanziamento?>>. Lupus in fabula. Restai sgomento e non ebbi nemmeno la forza di controbattere tanto erano distanti le nostre vedute. E allora eccomi qui, a rivolgermi ai miei fedeli tre lettori che, presi da uno spirito di magnanimità, sopporteranno anche questo mio post e magari continueranno a leggerlo fino in fondo, sino alla mia speciale classifica. Al primo posto delle associazioni “ad attingere” troviamo quelle che fanno capo ai politici, in carica o trombati. La differenza non è di poco conto, poiché i primi trovano così il modo di soddisfare gli appetiti di quei elettori che avevano premurosamente lavorato per lui in campagna elettorale; mentre i secondi sono come un salvagente per restare a galla, per non affondare negli abissi dell'oblio e sperare in qualche nomina futura, magari in una municipalizzata o addirittura dopo, qualche crisi o rimpasto di giunte comunali, rientrare direttamente nella “stanza dei bottoni”. Mi sovviene subito un esempio attualissimo, ma per non offendere la vostra intelligenza è meglio non farvi il nome. Al secondo posto troviamo le associazioni culturali e umanitarie. Qui il discorso si articola un po’, giacché quelle culturali sono generalmente ombre di partiti (sì, ancora loro) che, data la loro vergogna a presentarsi alla luce del sole per quelli che sono, si spacciano per intellettualoidi di basso borgo. Le umanitarie, invece, sono spesso espressione di soddisfazione del proprio ego, nel più totale disinteresse della persona aiutata. Ho visto distribuire uova pasquali a bambini malati all’ospedale cittadino, guardando direttamente l’obiettivo della tele-fotocamera che l’inquadrava, piuttosto che preoccuparsi della reazione o del sorriso del pargolo. Non meno importante è il fatto che l’associazione umanitaria intenerisce i cuori e dunque può essere una buona carta da giocare per una futura candidatura.Qui l'esempio è meno attuale, ma non meno reale. Al terzo e ultimo posto troviamo le associazioni sportive, ludiche e musicali. Queste agiscono nel medesimo “modus operandi”, ossia stilando programmi di avveniristici eventi, tornei, o brillanti squadre di giocatori(mai)pagati in nero, gonfiando le fatture con la complicità dei vari esercizi commerciali, service e altri servizi ricevuti, e intascando la differenza tra i fondi stanziati e le spese effettivamente sostenute. Il tutto in una città in cui vige la ferrea regola del "chi fa da se fa per tre", dove gli imprenditori locali, pur di non entrare in società con altri loro simili o fondare delle cooperative, preferirebbero fallire o dismettere la propria impresa. Ma quelli son tutti soldi privati, quando invece c’è il denaro pubblico allora meglio unire le forze e gridare al mondo: viva le associazioni!. E, tu, disoccupato che non sei altro, cosa aspetti? Quale associazione fa al caso tuo?
venerdì 16 luglio 2010
Quei lavori mai avviati al Parco Genziana
Era un’uggiosa giornata di Settembre dello scorso anno, quando il sindaco di Catanzaro in persona, Rosario Olivo, consegnava simbolicamente i lavori per la copertura del campo di bocce del Parco Genziana, nel popoloso quartiere di Mater Domini. Tante furono, allora, le dichiarazioni di viva soddisfazione da parte degli altri partecipanti al bagnato cerimoniale, dall’assessore ai lavori pubblici Antonio Tassoni, ai consiglieri Bernarndo Cirillo e Sergio Bruni, tutti uniti dalla condivisione di un progetto che sarebbe stato solo il primo passo verso la riqualificazione del noto Parco. Purtroppo, però, ad oggi di quest’opera non si vede manco l’ombra, quella stessa che avrebbe dovuto riparare gli anziani o gli sportivi intenti a lanciare le loro bocce o magari coprirli dalla pioggia durante le giornate invernali, grazie a quel famoso reticolato previsto dal progetto in cantiere. I lavori per la struttura, stando alle parole della responsabile Carolina Ritrovato, sarebbero dovuti durare circa sessanta giorni, grazie anche ad uno stanziamento di fondi comunali di sessantamila euro con i quali la ditta appaltatrice D.S.E avrebbe agevolmente portato a compimento l’opera. A distanza di circa un anno, le “bocce” sono più che mai ferme, e di tutto il progetto è rimasto solo un transennamento dell’area con una limitazione del passaggio ai soli addetti ai lavori. Peccato che di lavori e lavoratori non se ne vedano, e il campo da bocce è ancora nello stato in cui si trovava un anno prima. A questo punto la domanda sorge spontanea. I fondi comunali sono stati effettivamente stanziati? E se si, quali intoppi burocratici o quali responsabilità della ditta appaltatrice hanno impedito la realizzazione dell’opera? Forse il momento, visti le recenti vicissitudini in seno alla giunta comunale, non è dei più opportuni per discuterne e forse la Catanzaro pallonara è troppo impegnata nel seguire le alterne vicende della loro amata squadra di calcio per occuparsi di un “banale” campo di bocce. Ma credo che una risposta vada data, in particolare, a quei tanti anziani del quartiere di Mater Domini, anch’essi presenti nonostante l’intemperie alla consegna dei lavori, che si sfregavano le mani nell’immaginarsi il loro campo di bocce al coperto, grazie al quale avrebbero potuto occupare diversamente le loro lunghe e, a volte, solitarie giornate invernali.
sabato 8 maggio 2010
Immunità parlamentare? No, grazie...preferisco il "Recall"
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Immunità parlamentare…nuntereggae più. Così parlava dell’antipatico privilegio dei parlamentari un famoso brano dell’indimenticabile cantautore Rino Gaetano, nel lontano 1978. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, e quell’antica autorizzazione a procedere nei confronti di deputati e senatori che impediva di diritto lo svolgersi dei procedimenti a loro carico sembrava vedere la sua fine nel ’93. In realtà, negli anni successivi il Parlamento ha creato un escamotage che, di fatto, permette ai giudici di iniziare il processo, ma in sostanza priva loro la possibilità di continuarlo e portarlo a sentenza. Quelle che vengono definite autorizzazioni ad acta prevedono infatti l’autorizzazione da parte della camera di appartenenza per procedere nei confronti di un membro del parlamento per sottoporlo a qualsivoglia misura restirittiva o di indagine. Un esempio ci sarà di aiuto: vuoi intercettare un deputato perché vi sono gravi indizi di reato a suo carico? Devi chiedere l’autorizzazione alla Camera. Così, se quest’ultima dovesse concederla ( ma non lo fa quasi mai) il parlamentare indagato saprà con data certa da quando inizieranno e quando avranno fine le intercettazioni sulle sue conversazioni. Altrettanto è previsto per effettuare una perquisizione personale e domiciliare nei confronti del parlamentare indagato. Il modo di operare è sempre quello: richiesta di autorizzazione al Parlamento e in caso di approvazione, dopo qualche mese di preavviso, si potrà procedere alle perquisizioni del parlamentare ,il quale, nel frattempo avrà provveduto con tutta calma a nascondere o portare altrove eventuali prove di reato a suo carico. Si capisce bene come le speranze di poter continuare un processo nei confronti di un parlamentare siano ridotte al lumicino, ma nonostante ciò la magistratura è riuscita nel corso di questi anni ha beccare col sorcio in bocca alcuni di questi “onorevoli”. E’ proprio per questo che oggi si discute di un ritorno alla vecchia immunità e alla paralizzazione delle intercettazioni. La motivazione è presto detta: Pm politicizzati, che con il loro partigiano intervento minano la democrazia, attaccando gli eletti e sovvertendo la volontà popolare che si è espressa in merito. Ora, anche se questa dichiarazione è del tutto opinabile, voglio farla comunque mia, in particolare quella che richiama alla sovranità popolare. E proprio perché fortemente convinto di questo concetto, volevo lanciare una proposta in merito: il recall. Questo sconosciuto istituto giuridico prevede la possibilità di sottoporre il parlamentare ad una sorta di quesito referendario a seguito del quale, in caso di risposta affermativa, il mandato dapprima concesso dagli elettori viene revocato dagli stessi. Una sorta di diritto al ripensamento o di recesso che viene concesso quando acquistiamo un televisore, un dvd o altro. Le accuse che si potrebbero rivolgere ad un tale strumento sarebbero quelle di un banale populismo, fine a se stesso. Peccato, però, che il Recall sia da decenni in vigore in Stati presi come esempio di democrazia: quell’America che tutti citano quando c’è da liberalizzare i mercati, per poi dimenticarsene quando c’è da seguirla nell’affermazione delle libertà.. Nello Stato della California, ad esempio, l’attuale governatore Arnold Schwarzenegger è stato eletto proprio grazie al “recall” che rimuoveva dall’incarico il precedente presidente Gray Davis. In Italia, l’introduzione del recall fugherebbe tutti quei dubbi sulla politicizzazione della magistratura o sulla rappresentatività dell’onorevole: sarebbe il popolo, infatti, a decidere sulle sorti di chi aveva precedentemente eletto, non esprimendosi sulla sua innocenza o colpevolezza, per la quale solo i giudici possono esprimersi in merito, bensì sulla necessità di continuare a rappresentarli. Provate a pensare a tutte quelle “leggine” introdotte trasversalmente da tutti i gruppi parlamentari (ad esempio l’aumento delle indennità ), che mai figuravano nei loro programmi di governo. Siamo sicuri che l’occasionale promotore di queste leggi sia disponibile ad assumersi questa responsabilità davanti alla possibilità di essere revocato dal suo mandato parlamentare? Infine quando si parla di reintroduzione del nucleare, di legittimo impedimento, di processo breve o altre argomenti simili, siamo proprio sicuri che il popolo le voglia veramente? Il recall potrebbe dare concretamente una sua risposta definitiva.
mercoledì 27 gennaio 2010
Phonemedia e le navi delle illusioni
Quando giunse a Catanzaro, l'imprenditore duro e puro venuto dal ricco e produttivo nord per l'apertura di un grande call center, alla stragrande maggioranza dei cittadini del capoluogo non parve vero. Un imprenditore che viene ad investire in Calabria e creare così nuovi posti di lavoro non è una notizia di poco conto, soprattutto in una terra che muore di fame come la nostra. Così da quel momento in poi partirono dai nostri rappresentanti politici, dalle istituzioni locali e dalla classe imprenditoriale della città,(gli stessi più o meno che ora gridano allo scandalo) una serie infinita di acclamazioni ,con tanto di tappeto rosso, per "l'incredibile coraggio" dell'imprenditore sconosciuto, che avrebbe portato ricchezza, occupazione, oltre ad una nuova mentalità produttiva etc etc. In breve tempo iniziarono, quindi, le campagne di "reclutamento" delle centinaia di disoccupati catanzaresi, assunti senza un minimo di selezione ( c'ero anche io tra i tanti e mi è bastato compilare un semplice modulo per avere il mio bel contratto co. co.pro), nè di formazione, con la logica del "più dipendenti= più finanziamenti", rigorosamente pubblici. A questo punto non mancava proprio nulla per iniziare la nuova avventura, così la grande nave del call center potè spiegare le sue vele verso il mare magnum delle commesse(delle imprese) e dei dati sensibili(delle famiglie) da arpionare. Intanto i propri marinai venivano indottrinati alla logica del profitto a tutti i costi, pena la mancata riassunzione, e per darsi un certo tono si adottarono termini come "in e outbound", "supervisor","wholesaler", "openspace", tutte edulcorazioni per mascherare quello che il nostro legislatore qualifica semplicemente come "venditori a distanza". Purtroppo il lungo viaggio si arresta ben presto in mare aperto, facendo cadere nel totale sconforto i malcapitati marinai, i quali non possono raggiungere la propria isola felice ( il miraggio del posto fisso e di un futuro stabile), nè possono ormai tornare indietro verso un approdo sicuro, costretti alla navigazione a vista per buscarsi quel pò di rancio rimasto. I venti dei finanziamenti pubblici non soffiano più, e di tanto in tanto i naviganti ricevono pure la visita di qualche astuto pirata vestito in giacca e cravatta, rapido nell'impossessarsi dei pochi ori rimasti nelle tasche dei poveri marinai( vedi depositi bancari), ma spietato nel mandarli a picco quando questi gli tendono la mano per un sostegno( provate a chiedere un mutuo ad una banca con un contratto di call center). Il capitano di vascello con la sua bella scialuppa di salvataggio ha abbandonato la propria flotta, lasciandola in pasto agli squali creditori, che azzannano i naufraghi senza nessuna pietà, sbranando loro ogni brandello di carne rimasta. Purtroppo la nave del call center è , però,solo una delle migliaia di imbarcazioni che galleggiano nel mare della precarietà, più o meno visibili, che sfruttano senza un'adeguata remunerazione le più disparate categorie:dalle commesse dei negozi ( a proposito perchè non diamo una controllatina ai negozianti che tanto si lamentano per la chiusura di Corso Mazzini) pagate per lo più in nero, con 400 euro mensili per 8 ore di lavoro giornaliero, compresi i festivi; ai praticantanti di qualsivoglia professione(aspiranti avvocati, ingegneri,architetti), sbattuti da un ufficio all'altro, senza la possibilità di apprendere concretamente il proprio lavoro futuro, con l'aggravante di non dover ricorrere nemmeno al nero, perchè qui la gratuità della prestazione è totalmente legale; ai collaboratori di redazioni giornalistiche( scusate lo stridente conflitto d'interessi) spediti in ogni angolo della città per scrivere di assurde conferenze, senza la speranza di percepire il becco di un quattrino; ai tanti dipendenti dei vari uffici privati costretti ad accontentarsi delle briciole pur di mandare avanti la baracca. Nessuna scialuppa di salvataggio è stata lanciata da parte di chi aveva il dovere di farlo(vedi governo, regione, e altre istituzioni locali), nei confronti di questi marinai di sventura, che in preda al panico e alla morsa della fame potrebbero, un giorno o l'altro, decidere di adottare l'unica soluzione a loro plausibile: l' ammutinamento.
martedì 3 novembre 2009
Un cesso all'aria aperta
Questa volta lascio parlare le immagini che, come si dice in gergo, si commentano da sole. 2 minuti e 14 secondi di degrado, desolazione, merda, ignoranza, inciviltà.Il tutto girato nella sila catanzarese, in località Cutura, a due passi dall'hotel Olimpo per un video a cui volutamente non ho aggiunto alcun fronzolo musicale o effetto grafico, per evidenziare lo squallido e omertoso silenzio che echeggia attorno la nostra amata sila.
giovedì 29 ottobre 2009
Precisazioni sul caso Why not
Nell'ultima settimana, due sono le notizie rilevanti sull'inchiesta "Why not". La prima è la sanzione decisa dal Csm nei confronti dell'ex procuratore generale di Catanzaro, Enzo Iannelli, che non potrà dirigere nessun ufficio giudiziario per un anno. Per chi non ricordasse le vicende ricordiamo che Enzo Iannelli dispose il contro sequestro degli atti di indagine richiesti dai pm salernitani, Gabriele Nuzzi e Dionigio Verasani,coordinati dal procuratore Apicella, i quali stavano indagando sul nuovo pool di magistrati a cui era stata affidata l'inchiesta Why not, dopo l'avocazione di De Magistris. L'accusa a carico dei magistrati di Catanzaro era quello di non aver indagato a dovere sulle inchieste Why Not e Poseidone, iniziate da De Magistris. Tenete bene in mente le parole in grassetto perchè torneranno utili al quadro complessivo della vicenda.
La seconda notizia è la richiesta al Gup da parte di 18 indagati dell'inchiesta Why Not ( tra cui spiccano l'attuale governatore della Calabria Agazio Loiero e l'ex presidente Giuseppe Chiaravalloti) di procedere con il rito abbrevviato allo stato degli atti. Questo rito evita il dibattimento e riduce notevolmente le fasi processuali, e la motivazione della richiesta è stata proprio quella di evitare lungaggini ed arrivare alla prova definitiva di innocenza nel piu breve tempo possibile. Una richiesta, dunque, del tutto legittima da parte degli indagati.
Quello che non tutti sanno, però, è che il rito abbreviato comporta anche:
Concludo riportando testualmente una brevissima affermazione di un manuale di procedura penale ( Pisani, Molari, Corso, editore Monduzzi) sul giudizio abbreviato : "Il rito abbreviato può giovare anche all'innocente, anche se, sicuramente giova di più al colpevole.
La seconda notizia è la richiesta al Gup da parte di 18 indagati dell'inchiesta Why Not ( tra cui spiccano l'attuale governatore della Calabria Agazio Loiero e l'ex presidente Giuseppe Chiaravalloti) di procedere con il rito abbrevviato allo stato degli atti. Questo rito evita il dibattimento e riduce notevolmente le fasi processuali, e la motivazione della richiesta è stata proprio quella di evitare lungaggini ed arrivare alla prova definitiva di innocenza nel piu breve tempo possibile. Una richiesta, dunque, del tutto legittima da parte degli indagati.
Quello che non tutti sanno, però, è che il rito abbreviato comporta anche:
- In caso di condanna ( eventuale), la riduzione automatica di un terzo della pena.
- L'udienza non sarà pubblica
- Esclude la possibilità che il giudice possa svolgere attività integrativa
- Impedisce al Pm di modificare l'imputazione
Concludo riportando testualmente una brevissima affermazione di un manuale di procedura penale ( Pisani, Molari, Corso, editore Monduzzi) sul giudizio abbreviato : "Il rito abbreviato può giovare anche all'innocente, anche se, sicuramente giova di più al colpevole.
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